lunedì 13 maggio 2013

Mnemotecnica per smemorati



Mi fanno un po' ridere, lo confesso, i richiami all'ordine di Letta ad Alfano e, in generale, ai suoi ministri. Come mi hanno fatto ridere le levate di scudi contro Nitto Palma e la Biancofiore, come se fosse sorprendente fare un governo col Pdl e scoprire che ci sono degli impresentabili. Intendiamoci, non è che non condivida l'ostilità a personaggi di questa caratura; mi stupisce lo stupore. Non ci si butta nel pozzo nero, sperando di uscirne con la faccia lavata. O sbaglio?
Era onestamente un'impresa non da poco resuscitare Berlusconi e, di conseguenza, il suo partito, ormai ridotto ai fedelissimi a orologeria. Eppure, straordinariamente efficace in questo, la strategia del Pd ha vinto tutte le avversità, sorvolando sui processi, sulle cene eleganti, sugli scudi fiscali, sui condoni edilizi, sui tagli alla scuola pubblica, sugli scandali dell'Aquila, sul Lodo Alfano (sempre lui), sulla Bossi-Fini, sugli attacchi all'articolo 18, su tutte le innumerevoli leggi ad personam, sui tagli alla sanità pubblica, sui tagli agli enti locali, sulle promesse mai mantenute, sulle promesse purtroppo mantenute, sulle iniquità fiscali e sulle infinite altre amenità che non posso elencare per ragioni di tempo e di spazio. 
Non parlo poi di cosa ha significato dal punto di vista socio-culturale il ventennio berlusconiano: dal trionfo dell'individualismo anti-etico, all'esaltazione della furbizia ladruncola e ladrona, passando per la scienza del fast-thought, dello slogan preconfezionato e della tv che pensa per te. Il significato dell'intesa Pd-Pdl è epocale e alla sua realizzazione non soggiace affatto l'urgenza di alcune questioni fondamentali (che c'è eccome e c'era anche prima), ma l'istanza autoconservativa di molti del Pd, trasversalmente per una volta, che vedono come il Babau una politica differente e di cambiamento. Cambiamento vero, non sbandierato e utilizzato a fini demagogici.
Poi all'Assemblea Nazionale si può anche andare e non dire nulla, fingendo di aver detto tutto, e si può andare a giustificare l'ingiustificabile nel nome del rispetto di quelle istituzioni mai così calpestate come hanno fatto e fanno gli attuali “alleati”. E si può anche tentare di serrare le fila e stringersi attorno a una manovrina di palazzo, sperando di far passare più tempo possibile prima del Congresso e limitare così il sentimento critico oggi tanto diffuso presso la base. Potranno passare anche trent'anni. Ho la memoria lunga. E non solo io. 

giovedì 9 maggio 2013

Frequentate frequenze



Non so se ve ne siete accorti ma la campagna elettorale, se per qualuno non è mai iniziata, per qualcun altro non è mai finita. Molto banalmente, basterebbe sintonizzarsi sui canali Mediaset per vedere l'invasione mediatica, particolarmente potente in questi giorni, di Berlusconi e i suoi sodali. Due giorni fa la D'Urso ha improvvisato un fine dibattito sull'IMU, stasera, da Del Debbio (l'ex opinionista di Studio Aperto col gatto in testa, per capirci) su Rete 4, Silvio in persona ha promesso in diretta di aiutare una coppia campana in difficoltà e una signora che, disperata, ha occupato una casa popolare e domenica in prima serata andrà in onda un programma significativamente intitolato “La guerra dei vent'anni. Ruby, ultimo atto”. Aspettiamo con ansia una resurrezione, magari Andreotti (io la butto lì), e una moltiplicazione di escort. Sabato poi si terrà l'ennesima manifestazione contro la magistratura in quel di Brescia. Magari avrà copertura televisiva totale.
Attenzione, il piano è chiarissimo e lo preconizzava Nanni Moretti ne “Il Caimano” ormai sette anni fa: attraverso una serie di “battaglie” popolari, come l'IMU, e slogan ad alta digeribilità, il nostro Priapo si propone di portare l'opinione pubblica dalla sua parte nell'impresa di delegittimare la magistratura, cioè uno dei tre poteri dello Stato, e salvare il posteriore. Non esattamente una novità, se la vogliamo dire tutta. Giova però mettere in evidenza che questa prassi mai veramente morta sta prendendo ulteriore vigore.
La novità vera è che stavolta il Pd si rende corresponsabile nella maniera più evidente e intollerabile. Con le proprie mani ha resuscitato un morto e lo ha rimesso nelle condizioni di contare qualcosa, addirittura giungendo all'imponderabile di costruire con lui (o per lui) una squadra di governo. Non dimentico il concorso di colpa di Beppe Grillo, sia chiaro. Ma l'esplosione del suo movimento è espressione delle ambiguità e delle irrisolte contraddizioni del maggior partito di centrosinistra. Lo stilicidio di voti, da sinistra, sarebbe palese anche a un bambino.

Pensare di formare un esecutivo di responsabilità con un personaggio di tal risma significa due cose: o che si crede davvero in una sua estemporanea e sorprendente conversione o che guardare a destra, e alla sua destra, piuttosto che a sinistra è più comodo e conveniente. Comunque sia, aspettiamoci l'apertura del Mar Rosso in diretta tv. Parafrasando uno che ha quasi vinto la morte, ce la siamo cercata.

Desideri e speranze per un partito che non c'è (ancora)


Sogno un partito in cui davvero uno vale uno. Non per “rincorrere i grillini”, come qualcuno spesso dice con disprezzo, ignorando che se i grillini esistono è perché troppi errori finora sono stati fatti da chi si trovava in posizione di potere. Sogno un partito in cui uno vale uno nel senso che non vorrei più sentire frasi come “io la base non la sento”. È l'ora di finirla con l'idea che a pensare per noi ci sono i dirigenti, gli unici che sono capaci di distinguere il bene dal male, mentre noi siamo una massa informe che, semplicemente, non capisce. 

Sogno un partito in cui non sia concepibile l'idea di acclamare Prodi al mattino per poi impallinarlo vigliaccamente al pomeriggio. Sogno un partito in cui non si debba andare a supplicare un uomo di 87 anni di farsi rieleggere perché altre soluzioni non ci sono. Sogno un partito in cui non si debba più sentire la frase “Rodotà non fa parte della mia cultura politica”, perché il partito che sogno è davvero un partito di sinistra e non ha paura di dirlo a voce alta. 
Sogno un partito che se entra in Parlamento con una coalizione poi non la distrugge perché c'è chi a Vendola preferisce Berlusconi; sogno un partito vero di sinistra che non ha paura della sinistra e che la smette di guardare al centro, a destra, in alto e in basso, ma a sinistra mai. 
Sogno un partito in cui chi sbaglia paga e non un partito in cui chi sbaglia va al governo mentre a pagarne le conseguenze siamo, come sempre, noi. Sogno un partito in cui la colpa degli errori commessi sia finalmente assunta da chi ce l'ha e non sia invece data ai giovani eletti che si tengono in contatto con i propri elettori, come è giusto che sia. È troppo facile scaricare il barile per fuggire dalle proprie responsabilità. Ah, la responsabilità: sogno un partito, e in generale un mondo intero, in cui sia ancora possibile ascoltare questa parola senza esserne disgustati. Perché ormai è stata svuotata di significato. Sogno un partito in cui, se un giorno si dice “responsabilità è cambiamento”, il giorno dopo non si dica “la responsabilità è andare al governo con il Pdl”. 
Nel partito che sogno, semplicemente, non si fa un governo con il Pdl e non si permette a personaggi folkloristici e dalla dubbia statura morale di inventare ogni giorno una nuova minaccia o un nuovo ricatto. Non si permette a gente come questa di influire sul mio futuro. 
È proprio per questo che sogno un partito che non ha paura di ammettere i propri sbagli. Un partito di cui i circoli siano il cuore pulsante, il luogo dell'incontro, del confronto e a volte anche dello scontro. Anche quello serve. Un partito in cui le persone siano davvero motivate e non guidate da invidie o da interessi particolari di carriera e poltrone. Sogno un partito meno autoreferenziale, in cui i dirigenti smettano di parlarsi addosso e inizino, finalmente, ad ascoltare anche chi sta fuori. In cui i dirigenti e i militanti non debbano seguire in modo acritico la linea di partito, perché quel tempo è finito. Bisogna essere liberi di dissentire e non giustificare sempre tutto, anche quello che giustificare proprio non si può. 
La prima volta che sono entrata in questo circolo, qualche anno fa, sono venuta a votare Ignazio Marino segretario; non so se qualcuno qui se lo ricorda, ma si dava agli elettori una molletta verde con sopra scritto: io ci tengo. Ecco, vorrei sapere se noi che siamo qui ci teniamo ancora. Perché se davvero ci teniamo, dobbiamo abbandonare le vecchie logiche e spalancare le porte senza paura di andare incontro a una rivoluzione. Perché il partito che sogno non è diviso in mille correnti. Il partito attuale è poco votato dai giovani, perché ai giovani non sa parlare: ai giovani poco importa di chi è ex-DC, ex Pci e chi più ne ha più ne metta: nel partito che sogno, tutti sono del PD e non c'è spazio per inutili rancori e vecchie ruggini. Nel partito che sogno non c'è bisogno di usare la parola “rottamazione”, perché tutti sono giovani, dentro. Nel partito che sogno le persone non hanno paura di dire quello che pensano perché altrimenti vengono tacciate di essere “renziane, bersaniane, lettiane, dalemiane o veltroniane” e allora poi non ci si parla più. In questo partito si ha il coraggio di dire che questo governo non va bene e che altre soluzioni dovevano essere trovate; in questo partito non ci si adegua solo perché “l'ha detto il partito e quindi è legge”. 
Sogno un partito in cui le decisioni non vengono calate dall'alto, ma in cui la base è attiva, attenta e propositiva. Un partito in cui il flusso di idee sia dal basso verso l'alto e non soltanto il contrario. 
Sogno un partito che non pensa a chiudere i congressi per mera volontà di autoconservazione, stravolgendo il termine “democratico” che pure è nel suo nome. Sogno un partito più aperto, che spalanchi le porte ai cittadini, che li coinvolga, che tenga in conto la loro opinione. Un partito con tanto coraggio. Il coraggio anche di cambiare tutto, perché così non va. 
Un partito così si potrebbe anche tornare a votarlo. Basterebbe sostituire alla parola “sogno” la parola “voglio” e darsi da fare perché accada davvero.

domenica 5 maggio 2013

La torre d'avorio




Trovo davvero inaccettabile che, dopo la sconcertante sequela di disastri compiuti nelle ultime settimane e, più in generale, negli ultimi vent'anni dalla dirigenza del Pd, si parli di chiudere il congresso e, finanche, di procedere con un'operazione simile, mutatis mutandis, a quella del 2009 quando Franceschini fu reggente e poi candidato alla segreteria. Ma stavolta senza primarie.
Per come si è evoluta la situazione appare più chiaro del sole che l'istinto di autoconservazione stia decisamente prendendo il sopravvento su una lettura onesta e realistica della realtà, che, come minimo, consideri la disapprovazione profonda che viene dalla base, o per lo meno da quella parte di essa che non si è fatta convincere dagli afflati autoassolutori di certi dirigenti, locali e non. Pensavamo davvero di aver chiuso i conti con quella politica paternalistica che impone se stessa al proprio elettorato, forte di una superiorità morale e strategica. Molto supposta, nel nostro caso, laddove il termine va inteso anche come sostantivo. Con la scusa sempreverde dello stato di emergenza, i dirigenti Pd si chiudono a riccio nella torre d'avorio del conservatorismo e di quella vecchia (mala) politica sconfitta sonoramente alle ultime elezioni. Lo strumento privilegiato torna a essere la disciplina di partito, a emblema di una sconfitta politica, intellettuale, identitaria e culturale.

Tra un piano di involuzione e l'altro c'è poi spazio per lo stupore: Biancofiore ricollocata, minacce del Pdl in caso di ius soli, Berlusconi che si propone come presidente di quella superba e incostituzionale perversità che si chiama Convenzione per le riforme. Sorpresa generalizzata. Come se affidare il governo e consegnare il Paese a queste persone avesse mai significato qualcosa di diverso e più nobile. Che si sprechino pure i paragoni con la Resistenza e Badoglio e il compromesso storico. Da tali esimi exempla scaturirono l'8 settembre e il CAF e la relativa impotenza del PCI, tanto per capirci.
Se vogliamo azzardare un confronto, restiamo sull'8 settembre. La confusione, la rabbia, lo sbando di quel giorno sono anche i nostri.

domenica 28 aprile 2013

Governo di crisi



Se ne sono già sentite troppe circa il gravissimo episodio di violenza avvenuto stamattina davanti a Palazzo Chigi, mentre i ministri del nuovo governo Letta stavano giurando sulla Costituzione. Tralasciando, per non far torto all'intelligenza mia e di chi legge, le farneticazioni idiote di chi avrebbe desiderato e desidererebbe la morte dei politici, della casta e di tutti, tra i giudizi più meschini e strumentali si contano quelli volti a legittimare, proprio in virtù dell'attentato, il nuovo esecutivo.
È chiaro come il sole, infatti, che l'attentato odierno costituisca una manifestazione estrema e terribile di quello stato di disperazione ormai così diffuso tra i nostri concittadini e causato da una crisi economica, sociale e culturale, quanto mai rovinosa. Ma non è certo il primo caso: risale a un mese e mezzo fa l'assurda uccisione di due impiegate della Regione Umbria, a opera di un imprenditore 43enne poi suicidatosi. L'urgenza del dramma che stiamo vivendo doveva essere palese a tutti molto prima di stamattina. Per capirci, eravamo già molto in ritardo quando l'allora (e attuale, de facto) Presidente del Consiglio vaneggiava su aerei pieni come scatolette di tonno e ristoranti sovraffollati. Che la soluzione a questo stato di gravissima emergenza sociale sia un governo studiato secondo il manuale Cencelli e sostenuto, e in parte composto, dagli stessi politici che hanno, nel migliore dei casi, chiuso gli occhi di fronte al dissesto economico del nostro Paese mi pare davvero curioso.
Tra i tanti commenti sul gesto folle di stamattina, ne ho sentito uno che mi ha fatto drizzare le orecchie. Il giornalista metteva in luce come stia diventando frequente in Italia l'uso di armi da fuoco e come questo ci stia avvicinando agli Stati Uniti. A me pare che il fenomeno di americanizzazione riguardi più la sperequazione sociale che l'utilizzo di armi, questione comunque da tenere sotto stretta sorveglianza. Mentre aumentava la disoccupazione, soprattutto giovanile, e la classe media perdeva potere d'acquisto, gli ultimi governi – e non solo – hanno pienamente sposato il principio laissez-faire e le dottrine neoliberiste, già della Thatcher e di Reagan, destituendo di senso i sindacati, togliendo ogni tipo di potere decisionale ai lavoratori, abbattendo l'istruzione e la sanità pubbliche, sventrando lo stato sociale e depauperando quegli enti locali erogatori di servizi indispensabili per i cittadini. Questa mirabile opera di annientamento non era obbligatoria. Si è trattato di scelte politiche consapevoli e meditate, che hanno conseguito il risultato di demolire ogni prospettiva di coesione sociale. In questa società, oggi, la realizzazione dell'individuo prescinde totalmente dalla realizzazione degli altri individui. Darwinismo 2.0, se vogliamo.
Ora, in questa situazione il Pd va a formare un governo con chi più di tutti ha incarnato questo spirito individualistico, sia in politica che, sia detto per inciso, nella vita personale. Mentre il Paese avrebbe seriamente bisogno di provvedimenti di sinistra, il maggior partito della sinistra italiana svolta a destra. Immagino bene dove andranno a finire le battaglie sui diritti, sul rilancio economico, sul welfare, sul contenimento delle disuguaglianze sociali. Immagino dove andranno a finire gli otto punti.
Poi, sia chiaro, spero che il governo Letta operi al meglio e faccia ciò che è chiamato a fare per arginare questa reale emergenza sociale. Ma se si dimentica il percorso che ci ha portati fin qui, non basterà certo il Letta di turno.  

sabato 27 aprile 2013

Amici di Letta




Chi ha letto questo blog, anche solo negli ultimi dieci giorni, sa perfettamente quanto io sia contrario alle larghe intese. Dunque non mi ripeterò. Alla luce della squadra di governo presentata oggi da Enrico Letta, dico che, considerato che siamo già nel peggio, poteva andare persino peggio. Purtroppo, come avrete capito, ciò non basta per convincermi della bontà dell'operazione. Non starò a ripetere le motivazioni per cui siamo arrivati a questo punto. Mi limito a sottolineare che ha vinto chi nel Pd ha voluto questa convergenza sin dal giorno 26 febbraio 2013, e probabilmente anche prima.
Ora mi auguro che questo governo riesca a portare a compimento i provvedimenti urgenti per i quali è stato nominato: una nuova riforma elettorale, possibilmente non a misura di Silvio, e interventi sulla cassa integrazione in deroga, sullo scandalo degli esodati, sui precari nelle Pubbliche Amministrazioni e, magari, sull'occupazione giovanile e sui costi del lavoro. Sarebbero tante altre le questioni da trattare, ma mi pare di aver già preteso troppo, considerato che si andrebbe ad arginare problemi che gli “alleati” hanno creato o contribuito a creare in maniera decisiva.
Certo, a sfogliare la rosa dei nomi espressi dal Pd, mi viene un forte rammarico. Fatta la doverosa eccezione per Franceschini, si tratta di nomi non banali, seppur scelti secondo l'abusata prassi di accontentare tutte le correnti interne. Con SEL e con un dialogo aperto e positivo con quella parte seria e motivata (magari minoritaria) del M5S sarebbe stata ben altra cosa. Ma nel partito di Grillo c'è qualcuno che ha remato nella stessa direzione dei 101 franchi tiratori Pd. E se quel qualcuno corrisponde al padre-padrone, c'è proprio da farsi un paio di domande.
Non mi resta che congratularmi con il mio concittadino Andrea Orlando, a cui va il mio più sincero in bocca al lupo. Ce n'è davvero bisogno. In tutta onestà però, il suo nome e la stima che nutro per lui non costituirebbero ragioni sufficienti per farmi votare la fiducia a questo esecutivo, se fossi seduto in Parlamento. Chiamatemi pure irresponsabile. Ma non è solo una questione di principio.  

mercoledì 24 aprile 2013

Il governo dei responsabili





La direzione Pd di ieri è stato uno spettacolo ignobile. Diciamolo in tutta franchezza. È stato uno spazio di democrazia e pluralismo solo esteriore, uno specchietto per le allodole, un paravento dietro il quale nascondere decisioni già prese e non più discutibili. Il documento approvato certifica di fatto l'abdicazione rispetto alle prerogative decisionali del partito e mette tutto nelle mani del Presidente della Repubblica, d'altra parte rieletto proprio per questo motivo. Al contempo passa la linea dura. Chi non vota la fiducia al governissimo, che non può essere il governo di scopo di cui si è parlato (al massimo con Silvio si può fare il governo di scópo, con o chiusa), è fuori. Roba da Grillo insomma. Ed è curioso che a proporre questa linea dura sia proprio chi ha visto il M5S come il demonio. Tu chiamale se vuoi affinità elettive.
Ora si va verso qualcosa di diverso. Inutile negarlo. Il governo con il Pdl non è solo una fase incidentale del percorso del Pd: è, purtroppo, la manifestazione più lampante di una direzione politica che guarda al centro e al centrodestra più che a sinistra. Ha vinto insomma quella linea del partito che vede il cambiamento come lo spettro più minaccioso. La stessa linea che è stata sonoramente sconfitta alle elezioni scorse. Ci diranno che sono la responsabilità e l'urgenza del momento a imporre questa scelta, trascurando scientemente le promesse elettorali, le intenzioni di una settimana fa e il buon senso. Si farà un governo con Gasparri, Cicchitto, Santanchè, Gelmini, Mussolini, Scilipoti, Capezzone, Formigoni e compagnia bella. Nel nome della gravità del momento e del rispetto delle istituzioni si farà un governo con chi ha provocato la gravità del momento e con chi le istituzioni le ha calpestate come nessuno mai.
Per divertirci un po' proviamo a indovinare che fine faranno i tanto acclamati otto punti. Cosa sarà possibile proporre a proposito di corruzione, di incandidabilità, di economia verde, della stessa scuola già rasa a zero dalla Gelmini, di ineleggibilità, di falso in bilancio, di diritti, di conflitto di interesse, di redistribuzione del reddito e di più equo carico fiscale? Sicuri di voler rispondere? Siate responsabili. 

martedì 23 aprile 2013

I trasformisti


Dopo mesi passati a denigrarlo e a dipingerlo come il sosia giovane e toscano di Berlusconi, in maniche di camicia, piacione e pop, ora tutta la dirigenza Pd si scopre favorevole a Renzi. Da Franceschini a Letta, passando per Orfini, il bersaniano di ferro, e D'Alema, il berlusconiano più attivo, gli abili strateghi che hanno condotto alla rielezione di Giorgio Napolitano sparano i botti a sorpresa. Devono aver rivisto Zelig di Woody Allen. 
Ora, trascurando il fatto che bruciare così l'unica personalità del Pd che ha dimostrato di godere di un largo consenso popolare è un'idiozia che corona degnamente questi ultimi giorni, mi pare che questa pioggia di trasformisti confermi la responsabilità attiva, e non solo indiretta o morale, del sindaco di Firenze nel disastro presidenziale. D'altra parte non è affatto escluso che tutta questa manovra non sia motivata dalla volontà di screditare e affossare definitivamente il buon Matteo. In ogni caso, la questione assume i contorni del grottesco, se si pensa alla rottamazione. Se la stessa dirigenza rottamanda incarica il rottamatore, dove va a finire l'unico punto accettabile della proposta politica di Renzi?
Si aprono orizzonti rosei per la sinistra italiana. Da oggi magari potranno convivere amorosamente Rosy Bindi, che con la consueta perspicacia individua nei social network e nella base il problema dei giovani parlamentari piddini che non hanno votato per Marini, Anna Finocchiaro, che la base non sa neanche cos'è, Giuseppe Fioroni, che vorrebbe buttare fuori Civati e tutti quelli che non hanno ceduto alle larghe intese, Massimo D'Alema, che Prodi non l'ha mica pugnalato alle spalle, e tutti i rottamatori, che si fanno rottamare da un gruppo dirigente che non si può più definire impreparato o stolto, ma abbarbicato ai propri scranni, colluso con la destra e ostile a ogni tipo di cambiamento. 
L'ho già detto e torno a ripeterlo: per tutto questo non c'è una soluzione indolore. Il rinnovamento deve investire i contenuti e con essi le persone. Chi si illude che basti un po' di ricambio generazionale, condito da qualche facile slogan elettorale, chiude gli occhi di fronte alla realtà dei fatti. Una realtà fatta di insoddisfazione profonda, di scollamento tra elettori e dirigenza, di bisogno di cambiamento e di rifiuto delle logiche autoconservative e collaborazioniste, di cui le larghe intese saranno la più accecante manifestazione. 

domenica 21 aprile 2013

La serrata




Questa tre giorni di eccellenza politica ha prostrato ogni residua illusione di un autentico governo di sinistra. Emerge in tutta la sua evidenza la realtà di un centinaio di franchi tiratori che non ha tradito affatto la propria vocazione o i propri ideali politici, ma ha semplicemente proseguito su un cammino intrapreso molti anni fa, di cui questa situazione è solo il coronamento più eclatante. L'influenza della frangia inciucista e tendente a destra, quelli di sinistra che odiano la sinistra come li ha giustamente definiti Michele Serra, ha prevalso sulla volontà di rinnovamento degli altri. Hanno prevalso trame vecchissime che prevedevano, tra le altre amenità, l'affossamento etico di SEL, accusato immediatamente di aver votato Rodotà, al quale erano giunti non a caso una quarantina di voti in più, invece che Prodi. Che la prospettiva della fusione dei due partiti abbia spaventato i detentori di un potere inveterato? Che lo scossone dato da Fabrizio Barca abbia fatto pendere la bilancia per la conservazione degli equilibri usati?
Che sia chiaro a tutti, ora le redini del prossimo governissimo le terrà Berlusconi, il quale avrà dalla sua la facoltà di staccare la spina nel momento a lui più propizio, defilandosi quando i sondaggi lo vedranno più che sicuro della sua scontata vittoria. E, in più, sfrutterà a proprio favore questa mossa, mostrandosi del tutto estraneo rispetto ai disastri che il governo inevitabilmente compierà. Il Pd sarà in minoranza sicuramente a livello di forza e forse anche a livello numerico. Siamo entrati in un Berlusconi V de facto.
Non c'è una soluzione pacifica a tutto questo, inutile girarci intorno: al prossimo congresso le diverse proposte politiche, cioè la convergenza con il Pdl e l'aspirazione al cambiamento, dovranno essere messe sul tavolo senza infingimenti e giochetti da quattro soldi. E temo che l'unica strada percorribile sia quella della separazione, perché ritengo esaurito e sconfitto nei fatti il progetto del Pd, così come sancito dallo statuto, tanto bello sulla carta quanto ignorato nella pratica, e perché ritengo altamente improbabile l'unica vera alternativa, cioè la guerra interna con relativa decapitazione di tutto il quadro dirigenziale e di tutti i suddetti capetti di sinistra che odiano la sinistra.
Di certo c'è che non va abbandonata la strada del dialogo con il M5S. E il dialogo dovrà essere sincero e non strumentale anche dall'altra parte: se la risposta sarà il muro offerto finora, il Movimento non uscirà mai dalla sua spirale autorefenziale e autoritaria, di cui la struttura interna non è che la più eloquente manifestazione. Coloro che davvero non vogliono più assistere, con rabbiosa impotenza, alle serrate del potere e alla chiusura del Palazzo nei propri meandri melmosi utili solo all'autoconservazione dovranno fare un passo insieme nella stessa direzione. A Grillo tutto questo marciume fa molto comodo. A quegli eletti animati da buone intenzioni forse un po' meno.
Si dovrà discutere di questi temi al prossimo congresso. E si dovranno prendere serie contromisure. Perché, francamente, vedere Berlusconi governare, anche quando non ha preso i voti necessari per farlo, grazie alla compiacente e felice collusione di un'influentissima parte del maggior partito del - supposto - centrosinistra italiano è ben più che intollerabile.

venerdì 19 aprile 2013

Punto di non ritorno


Pd caos, Bersani si dimette: 'Uno su 4 ha tradito'   101 voti in meno a   Prodi che si ritira. Bindi lascia

C'è chi si dimette per ammissione di colpa, la colpa di non aver saputo gestire un partito ingestibile, riottoso, masochista e venato dai soliti giochini di potere. C'è chi si dimette perché "non responsabile". C'è chi rinuncia alla candidatura, perché di scarpe gliene hanno fatte abbastanza. 
E poi c'è chi resta al proprio posto, un posto che non merita perché da quattro lustri colleziona sconfitte, inciuci e trame oscure da cui esce sempre misteriosamente impunito. E c'è chi a rinunciare alla candidatura non ci pensa neanche. 
Finché D'Alema, la Finocchiaro, Letta, Fioroni, Franceschini e la loro allegra comitiva, che farebbe impallidire la P2, non si faranno da parte e non si prenderanno gli insulti che meritano, non basteranno le dimissioni degli altri. 
Forse la cosa che non è chiara a questi maestri della strategia politica è che da qui non si torna indietro. Questa è la formattazione del Pd, che sconta nella maniera più tragica, oltre alla malafede di molti, le irrisolte contraddizioni interne. Questo è il punto di non ritorno, perché chiunque succederà a Bersani sa che non potrà più ignorare la volontà dei suoi elettori e della base. Cambia il modo di fare politica e cambia nella maniera più dura e drammatica per il Paese. Si ripartirà necessariamente da coloro che hanno fatto resistenza ieri e che non hanno tradito oggi, che per fortuna non sono pochi e che, non a caso, sono il frutto bellissimo delle primarie per il Parlamento. Sono gli stessi che hanno dovuto rispondere al telefono e placare l'ira dei propri elettori. A loro è stato chiesto un conto che ai cospiratori non verrà mai chiesto. 
Ci aspettano giorni e mesi, forse anni, di battaglia per cambiare tutto. Non so in che misura, non so in che termini e non so con quante speranze, ma io ci sarò.