mercoledì 4 dicembre 2013

Il voto utile


È paradossale sentire appelli al voto utile da parte di chi ha avallato lo slogan più antiestetico, diseducativo e patetico che conosca. Mi riferisco naturalmente alla campagna elettorale per le elezioni del febbraio 2013, culminata con l'argomento che meglio rappresenta appieno il senso della povertà culturale della proposta politica: votateci perché gli altri sono peggio.
È paradossale, dicevo, sentire questi appelli. Un po' perché mi pare che la cosa assuma i tratti del patologico: ma, si sa, noi di sinistra, e in particolare noi del Pd, siamo straordinariamente capaci di interrogarci per decadi sui nostri sbagli, ripetendoli puntualmente e periodicamente. Un po' perché dovremmo finirla di propinare alle persone ricette meno che mediocri, facendo finta che non se ne possano trovare di migliori. E un po' perché chiamare di nuovo a raccolta le truppe contro un nemico comune, facendo finta che anche Civati giochi nella sua squadra, è, prima ancora che una scorrettezza, una mossa triste. Da basso impero. Di un impero basso da sempre.
Eh sì perché poi, stringi stringi, il problema è la credibilità. E se per anni hai predicato tutto il contrario di ciò che hai fatto, finisce che gli appelli al voto utile suonino come appelli al voto inutile, esattamente come i reiterati richiami a comportamenti responsabili paiono sempre più incitamenti a comportamenti scapestrati e criminali. Così l'impressione è che non resti altro che invocare un voto di sinistra, buono a sedare gli animi di quegli iscritti nostalgici del Pci, ma stancamente, come la ritualità consueta di chi ha vissuto di questi espedienti e continuerà a farlo, sfruttando le illusioni di una militanza troppo generosa, disposta a rinnovare l'utopia della svolta a sinistra con la dirigenza che nella storia della sinistra italiana ha più di tutte guardato (e non solo guardato) a destra. Evidentemente da queste parti strabismo e torcicollo non sono un problema.
Questa è la sinistra che ha problemi a convivere con Renzi, ma non ne ha neanche un po' a governare con Alfano, Formigoni e Giovanardi, non solo facendo finta di poter risolvere con costoro questioni quali, tanto per dire, la corruzione, la giustizia e i diritti civili, ma guardando a loro come novelli Pericle a cui consegnare il timone di una destra europeista, finalmente liberata da Berlusconi. Questa è la sinistra che, all'improvviso, dopo anni di vanagloriosa ostentazione di diversità rispetto agli altri, scopre che le primarie non sono più opportune perché, motivazione ufficiale, riducono a pura mercificazione elettorale e leaderistica ciò che dovrebbe essere un vero scontro sui contenuti. Forse il problema è un altro ed è che lo strumento delle primarie è stato utilizzato a uso e consumo di sempre più floridi e numerosi capibastone, capaci di premiare la fedeltà acritica e promuovere utili idioti. Ma, francamente, se un ricercatore scoprisse il vaccino contro l'Aids e poi usasse tutto il prototipo per farsi il bidet, dareste la colpa al vaccino o al ricercatore? E forse, perdonatemi se tocco un tasto dolente, per la prima volta il candidato più accreditato (e sponsorizzato) per la vittoria non è quello designato. Le primarie sono, per così dire, sfuggite di mano: vanno bene se acclamano con gioia e tripudio colui che la dirigenza ha indicato come il migliore e non se, al contrario, sulla base dei sondaggi e di abili trasformismi, portano da un'altra parte una buona fetta della dirigenza stessa. Forse il problema è a monte.
Questa è la sinistra che si appella, ancora, al voto utile. E, ancora, si atteggia a unica depositaria della verità storica, in quanto erede di una tradizione che le attribuisce i crismi dell'auctoritas. Una tradizione che, non gli altri, ma questa dirigenza ha gettato al vento, prendendo da essa solo ciò che era rigorosamente da scartare, come la disciplina di partito (senza un partito), i meccanismi cooptativi e l'élitarismo da egemonia culturale (senza l'egemonia culturale).

Domenica prossima andrò a votare Civati, anche contro questa logica arrogante e meschina. Ma soprattutto perché ritengo che il voto sia sempre utile quando nasce da una riflessione attenta e da un'analisi critica della realtà che ci circonda. E mi sentirò straordinariamente utile, perché contribuirò, nel mio piccolo, alla costruzione di un partito diverso da quello che abbiamo visto finora, un partito orientato davvero a sinistra, senza incrostazioni di potere, senza timidezza, senza ambiguità, senza fraintendimenti, senza paura di scontentare qualcuno (che non ci voterà mai, tra l'altro), senza subalternità. Un partito che finalmente affronti a muso duro la crisi democratica che ci investe in Italia e in Europa e che sappia trovare nuove strade per la rappresentanza, perché non esiste male peggiore per una democrazia che abbandonare altissime percentuali di elettori, lasciandoli in preda alla disperazione sociale e alla mancanza di punti di riferimento politici. E voterò Civati perché credo che il Civoti non sia solo un gioco di parole, ma una linea d'azione ben precisa, che fa della collettività e della mobilitazione cognitiva il proprio credo. Voterò Civati perché temi come l'ambiente, la cultura, il lavoro, l'istruzione e i diritti civili non possono essere affrontati né con superficialità né con l'ipocrisia di chi incarna la continuità con una classe dirigente disastrosa, che ha abbandonato gli elettori, per rinchiudersi nelle strategie di palazzo, tra le intercapedini della sussistenza e della rendita di posizione, impermeabile ai cambiamenti e al rinnovamento della società. Incapace di fare ciò un politico dovrebbe saper fare meglio: ascoltare.

Domenica andrò a votare Civati perché il ruolo della sinistra è quello di cambiare lo status quo e i rapporti di forza. Sarà un voto utile, perché so dove andrà a finire e cosa ne faremo. Siamo all'inizio di una lunga storia. Non finisce l'8. Inizia il 9. 

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