domenica 28 aprile 2013

Governo di crisi



Se ne sono già sentite troppe circa il gravissimo episodio di violenza avvenuto stamattina davanti a Palazzo Chigi, mentre i ministri del nuovo governo Letta stavano giurando sulla Costituzione. Tralasciando, per non far torto all'intelligenza mia e di chi legge, le farneticazioni idiote di chi avrebbe desiderato e desidererebbe la morte dei politici, della casta e di tutti, tra i giudizi più meschini e strumentali si contano quelli volti a legittimare, proprio in virtù dell'attentato, il nuovo esecutivo.
È chiaro come il sole, infatti, che l'attentato odierno costituisca una manifestazione estrema e terribile di quello stato di disperazione ormai così diffuso tra i nostri concittadini e causato da una crisi economica, sociale e culturale, quanto mai rovinosa. Ma non è certo il primo caso: risale a un mese e mezzo fa l'assurda uccisione di due impiegate della Regione Umbria, a opera di un imprenditore 43enne poi suicidatosi. L'urgenza del dramma che stiamo vivendo doveva essere palese a tutti molto prima di stamattina. Per capirci, eravamo già molto in ritardo quando l'allora (e attuale, de facto) Presidente del Consiglio vaneggiava su aerei pieni come scatolette di tonno e ristoranti sovraffollati. Che la soluzione a questo stato di gravissima emergenza sociale sia un governo studiato secondo il manuale Cencelli e sostenuto, e in parte composto, dagli stessi politici che hanno, nel migliore dei casi, chiuso gli occhi di fronte al dissesto economico del nostro Paese mi pare davvero curioso.
Tra i tanti commenti sul gesto folle di stamattina, ne ho sentito uno che mi ha fatto drizzare le orecchie. Il giornalista metteva in luce come stia diventando frequente in Italia l'uso di armi da fuoco e come questo ci stia avvicinando agli Stati Uniti. A me pare che il fenomeno di americanizzazione riguardi più la sperequazione sociale che l'utilizzo di armi, questione comunque da tenere sotto stretta sorveglianza. Mentre aumentava la disoccupazione, soprattutto giovanile, e la classe media perdeva potere d'acquisto, gli ultimi governi – e non solo – hanno pienamente sposato il principio laissez-faire e le dottrine neoliberiste, già della Thatcher e di Reagan, destituendo di senso i sindacati, togliendo ogni tipo di potere decisionale ai lavoratori, abbattendo l'istruzione e la sanità pubbliche, sventrando lo stato sociale e depauperando quegli enti locali erogatori di servizi indispensabili per i cittadini. Questa mirabile opera di annientamento non era obbligatoria. Si è trattato di scelte politiche consapevoli e meditate, che hanno conseguito il risultato di demolire ogni prospettiva di coesione sociale. In questa società, oggi, la realizzazione dell'individuo prescinde totalmente dalla realizzazione degli altri individui. Darwinismo 2.0, se vogliamo.
Ora, in questa situazione il Pd va a formare un governo con chi più di tutti ha incarnato questo spirito individualistico, sia in politica che, sia detto per inciso, nella vita personale. Mentre il Paese avrebbe seriamente bisogno di provvedimenti di sinistra, il maggior partito della sinistra italiana svolta a destra. Immagino bene dove andranno a finire le battaglie sui diritti, sul rilancio economico, sul welfare, sul contenimento delle disuguaglianze sociali. Immagino dove andranno a finire gli otto punti.
Poi, sia chiaro, spero che il governo Letta operi al meglio e faccia ciò che è chiamato a fare per arginare questa reale emergenza sociale. Ma se si dimentica il percorso che ci ha portati fin qui, non basterà certo il Letta di turno.  

sabato 27 aprile 2013

Amici di Letta




Chi ha letto questo blog, anche solo negli ultimi dieci giorni, sa perfettamente quanto io sia contrario alle larghe intese. Dunque non mi ripeterò. Alla luce della squadra di governo presentata oggi da Enrico Letta, dico che, considerato che siamo già nel peggio, poteva andare persino peggio. Purtroppo, come avrete capito, ciò non basta per convincermi della bontà dell'operazione. Non starò a ripetere le motivazioni per cui siamo arrivati a questo punto. Mi limito a sottolineare che ha vinto chi nel Pd ha voluto questa convergenza sin dal giorno 26 febbraio 2013, e probabilmente anche prima.
Ora mi auguro che questo governo riesca a portare a compimento i provvedimenti urgenti per i quali è stato nominato: una nuova riforma elettorale, possibilmente non a misura di Silvio, e interventi sulla cassa integrazione in deroga, sullo scandalo degli esodati, sui precari nelle Pubbliche Amministrazioni e, magari, sull'occupazione giovanile e sui costi del lavoro. Sarebbero tante altre le questioni da trattare, ma mi pare di aver già preteso troppo, considerato che si andrebbe ad arginare problemi che gli “alleati” hanno creato o contribuito a creare in maniera decisiva.
Certo, a sfogliare la rosa dei nomi espressi dal Pd, mi viene un forte rammarico. Fatta la doverosa eccezione per Franceschini, si tratta di nomi non banali, seppur scelti secondo l'abusata prassi di accontentare tutte le correnti interne. Con SEL e con un dialogo aperto e positivo con quella parte seria e motivata (magari minoritaria) del M5S sarebbe stata ben altra cosa. Ma nel partito di Grillo c'è qualcuno che ha remato nella stessa direzione dei 101 franchi tiratori Pd. E se quel qualcuno corrisponde al padre-padrone, c'è proprio da farsi un paio di domande.
Non mi resta che congratularmi con il mio concittadino Andrea Orlando, a cui va il mio più sincero in bocca al lupo. Ce n'è davvero bisogno. In tutta onestà però, il suo nome e la stima che nutro per lui non costituirebbero ragioni sufficienti per farmi votare la fiducia a questo esecutivo, se fossi seduto in Parlamento. Chiamatemi pure irresponsabile. Ma non è solo una questione di principio.  

mercoledì 24 aprile 2013

Il governo dei responsabili





La direzione Pd di ieri è stato uno spettacolo ignobile. Diciamolo in tutta franchezza. È stato uno spazio di democrazia e pluralismo solo esteriore, uno specchietto per le allodole, un paravento dietro il quale nascondere decisioni già prese e non più discutibili. Il documento approvato certifica di fatto l'abdicazione rispetto alle prerogative decisionali del partito e mette tutto nelle mani del Presidente della Repubblica, d'altra parte rieletto proprio per questo motivo. Al contempo passa la linea dura. Chi non vota la fiducia al governissimo, che non può essere il governo di scopo di cui si è parlato (al massimo con Silvio si può fare il governo di scópo, con o chiusa), è fuori. Roba da Grillo insomma. Ed è curioso che a proporre questa linea dura sia proprio chi ha visto il M5S come il demonio. Tu chiamale se vuoi affinità elettive.
Ora si va verso qualcosa di diverso. Inutile negarlo. Il governo con il Pdl non è solo una fase incidentale del percorso del Pd: è, purtroppo, la manifestazione più lampante di una direzione politica che guarda al centro e al centrodestra più che a sinistra. Ha vinto insomma quella linea del partito che vede il cambiamento come lo spettro più minaccioso. La stessa linea che è stata sonoramente sconfitta alle elezioni scorse. Ci diranno che sono la responsabilità e l'urgenza del momento a imporre questa scelta, trascurando scientemente le promesse elettorali, le intenzioni di una settimana fa e il buon senso. Si farà un governo con Gasparri, Cicchitto, Santanchè, Gelmini, Mussolini, Scilipoti, Capezzone, Formigoni e compagnia bella. Nel nome della gravità del momento e del rispetto delle istituzioni si farà un governo con chi ha provocato la gravità del momento e con chi le istituzioni le ha calpestate come nessuno mai.
Per divertirci un po' proviamo a indovinare che fine faranno i tanto acclamati otto punti. Cosa sarà possibile proporre a proposito di corruzione, di incandidabilità, di economia verde, della stessa scuola già rasa a zero dalla Gelmini, di ineleggibilità, di falso in bilancio, di diritti, di conflitto di interesse, di redistribuzione del reddito e di più equo carico fiscale? Sicuri di voler rispondere? Siate responsabili. 

martedì 23 aprile 2013

I trasformisti


Dopo mesi passati a denigrarlo e a dipingerlo come il sosia giovane e toscano di Berlusconi, in maniche di camicia, piacione e pop, ora tutta la dirigenza Pd si scopre favorevole a Renzi. Da Franceschini a Letta, passando per Orfini, il bersaniano di ferro, e D'Alema, il berlusconiano più attivo, gli abili strateghi che hanno condotto alla rielezione di Giorgio Napolitano sparano i botti a sorpresa. Devono aver rivisto Zelig di Woody Allen. 
Ora, trascurando il fatto che bruciare così l'unica personalità del Pd che ha dimostrato di godere di un largo consenso popolare è un'idiozia che corona degnamente questi ultimi giorni, mi pare che questa pioggia di trasformisti confermi la responsabilità attiva, e non solo indiretta o morale, del sindaco di Firenze nel disastro presidenziale. D'altra parte non è affatto escluso che tutta questa manovra non sia motivata dalla volontà di screditare e affossare definitivamente il buon Matteo. In ogni caso, la questione assume i contorni del grottesco, se si pensa alla rottamazione. Se la stessa dirigenza rottamanda incarica il rottamatore, dove va a finire l'unico punto accettabile della proposta politica di Renzi?
Si aprono orizzonti rosei per la sinistra italiana. Da oggi magari potranno convivere amorosamente Rosy Bindi, che con la consueta perspicacia individua nei social network e nella base il problema dei giovani parlamentari piddini che non hanno votato per Marini, Anna Finocchiaro, che la base non sa neanche cos'è, Giuseppe Fioroni, che vorrebbe buttare fuori Civati e tutti quelli che non hanno ceduto alle larghe intese, Massimo D'Alema, che Prodi non l'ha mica pugnalato alle spalle, e tutti i rottamatori, che si fanno rottamare da un gruppo dirigente che non si può più definire impreparato o stolto, ma abbarbicato ai propri scranni, colluso con la destra e ostile a ogni tipo di cambiamento. 
L'ho già detto e torno a ripeterlo: per tutto questo non c'è una soluzione indolore. Il rinnovamento deve investire i contenuti e con essi le persone. Chi si illude che basti un po' di ricambio generazionale, condito da qualche facile slogan elettorale, chiude gli occhi di fronte alla realtà dei fatti. Una realtà fatta di insoddisfazione profonda, di scollamento tra elettori e dirigenza, di bisogno di cambiamento e di rifiuto delle logiche autoconservative e collaborazioniste, di cui le larghe intese saranno la più accecante manifestazione. 

domenica 21 aprile 2013

La serrata




Questa tre giorni di eccellenza politica ha prostrato ogni residua illusione di un autentico governo di sinistra. Emerge in tutta la sua evidenza la realtà di un centinaio di franchi tiratori che non ha tradito affatto la propria vocazione o i propri ideali politici, ma ha semplicemente proseguito su un cammino intrapreso molti anni fa, di cui questa situazione è solo il coronamento più eclatante. L'influenza della frangia inciucista e tendente a destra, quelli di sinistra che odiano la sinistra come li ha giustamente definiti Michele Serra, ha prevalso sulla volontà di rinnovamento degli altri. Hanno prevalso trame vecchissime che prevedevano, tra le altre amenità, l'affossamento etico di SEL, accusato immediatamente di aver votato Rodotà, al quale erano giunti non a caso una quarantina di voti in più, invece che Prodi. Che la prospettiva della fusione dei due partiti abbia spaventato i detentori di un potere inveterato? Che lo scossone dato da Fabrizio Barca abbia fatto pendere la bilancia per la conservazione degli equilibri usati?
Che sia chiaro a tutti, ora le redini del prossimo governissimo le terrà Berlusconi, il quale avrà dalla sua la facoltà di staccare la spina nel momento a lui più propizio, defilandosi quando i sondaggi lo vedranno più che sicuro della sua scontata vittoria. E, in più, sfrutterà a proprio favore questa mossa, mostrandosi del tutto estraneo rispetto ai disastri che il governo inevitabilmente compierà. Il Pd sarà in minoranza sicuramente a livello di forza e forse anche a livello numerico. Siamo entrati in un Berlusconi V de facto.
Non c'è una soluzione pacifica a tutto questo, inutile girarci intorno: al prossimo congresso le diverse proposte politiche, cioè la convergenza con il Pdl e l'aspirazione al cambiamento, dovranno essere messe sul tavolo senza infingimenti e giochetti da quattro soldi. E temo che l'unica strada percorribile sia quella della separazione, perché ritengo esaurito e sconfitto nei fatti il progetto del Pd, così come sancito dallo statuto, tanto bello sulla carta quanto ignorato nella pratica, e perché ritengo altamente improbabile l'unica vera alternativa, cioè la guerra interna con relativa decapitazione di tutto il quadro dirigenziale e di tutti i suddetti capetti di sinistra che odiano la sinistra.
Di certo c'è che non va abbandonata la strada del dialogo con il M5S. E il dialogo dovrà essere sincero e non strumentale anche dall'altra parte: se la risposta sarà il muro offerto finora, il Movimento non uscirà mai dalla sua spirale autorefenziale e autoritaria, di cui la struttura interna non è che la più eloquente manifestazione. Coloro che davvero non vogliono più assistere, con rabbiosa impotenza, alle serrate del potere e alla chiusura del Palazzo nei propri meandri melmosi utili solo all'autoconservazione dovranno fare un passo insieme nella stessa direzione. A Grillo tutto questo marciume fa molto comodo. A quegli eletti animati da buone intenzioni forse un po' meno.
Si dovrà discutere di questi temi al prossimo congresso. E si dovranno prendere serie contromisure. Perché, francamente, vedere Berlusconi governare, anche quando non ha preso i voti necessari per farlo, grazie alla compiacente e felice collusione di un'influentissima parte del maggior partito del - supposto - centrosinistra italiano è ben più che intollerabile.

venerdì 19 aprile 2013

Punto di non ritorno


Pd caos, Bersani si dimette: 'Uno su 4 ha tradito'   101 voti in meno a   Prodi che si ritira. Bindi lascia

C'è chi si dimette per ammissione di colpa, la colpa di non aver saputo gestire un partito ingestibile, riottoso, masochista e venato dai soliti giochini di potere. C'è chi si dimette perché "non responsabile". C'è chi rinuncia alla candidatura, perché di scarpe gliene hanno fatte abbastanza. 
E poi c'è chi resta al proprio posto, un posto che non merita perché da quattro lustri colleziona sconfitte, inciuci e trame oscure da cui esce sempre misteriosamente impunito. E c'è chi a rinunciare alla candidatura non ci pensa neanche. 
Finché D'Alema, la Finocchiaro, Letta, Fioroni, Franceschini e la loro allegra comitiva, che farebbe impallidire la P2, non si faranno da parte e non si prenderanno gli insulti che meritano, non basteranno le dimissioni degli altri. 
Forse la cosa che non è chiara a questi maestri della strategia politica è che da qui non si torna indietro. Questa è la formattazione del Pd, che sconta nella maniera più tragica, oltre alla malafede di molti, le irrisolte contraddizioni interne. Questo è il punto di non ritorno, perché chiunque succederà a Bersani sa che non potrà più ignorare la volontà dei suoi elettori e della base. Cambia il modo di fare politica e cambia nella maniera più dura e drammatica per il Paese. Si ripartirà necessariamente da coloro che hanno fatto resistenza ieri e che non hanno tradito oggi, che per fortuna non sono pochi e che, non a caso, sono il frutto bellissimo delle primarie per il Parlamento. Sono gli stessi che hanno dovuto rispondere al telefono e placare l'ira dei propri elettori. A loro è stato chiesto un conto che ai cospiratori non verrà mai chiesto. 
Ci aspettano giorni e mesi, forse anni, di battaglia per cambiare tutto. Non so in che misura, non so in che termini e non so con quante speranze, ma io ci sarò. 

giovedì 18 aprile 2013

Quanto male il Quirinale




Siamo a una svolta epocale. Molto spesso in passato la sinistra italiana ha pagato a livello elettorale errori veri, presunti o arbitrariamente addebitati. Ora per screditare il Pd non c'è neppure bisogno di cercare troppo approfonditamente. Bersani e tutta la dirigenza hanno compiuto un suicidio politico che ha del mirabolante: al contempo sono riusciti a spaccare il partito, spaccare l'intera coalizione, bruciare il proprio candidato, mettersi nelle condizioni di perdere la faccia e il consenso, anche nel caso andasse ora a eleggere il Presidente più rispettabile di tutti i tempi, far diventare il vessillo ideologico di Grillo una persona dalla caratura intellettuale e istituzionale straordinaria e che è stata presidente del Pds e andare a braccetto con Berlusconi, dimostrando di volere l'inciucio più di quanto gli avversari ne cercassero le prove.
Non ci girerò intorno perché non è mia consuetudine e perché la decisione del Pd, di una gravità e di una stoltezza impareggiabili, mi impone di essere molto chiaro: il segretario, e per lui, seriamente, lo dico a malincuore e con rammarico data la strada che era stata intrapresa, e, molto meno a malincuore, la dirigenza intera (da Franceschini a Letta, passando per la Finocchiaro e, of course, D'Alema), con il loro metodo paternalistico e calato dall'alto, da intellighenzia che non può neppure permettersi di definirsi tale, devono rassegnare le dimissioni e fare spazio a chi si è davvero fatto portavoce del rinnovamento interno ed esterno. Si deve ripartire da quella opposizione parlamentare così massiccia e orgogliosa. Si deve ripartire dalle persone che hanno, da subito e senza indugi, scelto di non votare per Franco Marini. Ma non nel nome di una rottamazione aprioristica e solo anagrafica, tanto allettante nella forma quanto vuota nei contenuti. Nel nome della credibilità. Chi andrà a parlare con gli elettori del suo centrosinistra dovrà avere la forza della verità dalla sua e dovrà dire, senza tema di smentita, che a questa impudente e spropositata idiozia non ha preso parte.

Bicamerale Marinata



Grandi notizie per chi vuole la fine politica del Pd e del centrosinistra! Salvo smentite dell'ultima ora il candidato del Pd, o meglio, di un brandello di Pd, sarà Franco Marini: sì, lo stesso che, con l'immancabile D'Alema, contribuì in maniera decisiva alla caduta del governo Prodi nel 2000 e che, tanto per capirci, gli elettori abruzzesi delle primarie per il Parlamento hanno fragorosamente deciso di trombare. 
Ora, tale straordinaria mossa strategica, oltre che suonare come una decapitazione del segretario operata da qualche baffuto e offeso gerarca, non si spiega se non come preludio all'esiziale governissimo che da giorni si palesa nei miei incubi peggiori. 
In ogni caso, al di là del curriculum di Franco Marini, indicare lui per il Quirinale in un clima politico come quello che stiamo vivendo significa dar ragione a Grillo e dar ragione a chi delinea una suddivisione rigidamente manichea, laddove i buoni sono interamente rappresentati dal M5S e i cattivi da tutti gli altri partiti senza eccezione alcuna. Ciò significa, soprattutto, non dare seguito alle intenzioni di rinnovamento dichiarate il giorno dopo le scorse elezioni e al buon programma presentato, invano, ai grillini, la cui responsabilità in questo senso non è comunque da dimenticare. Ciò significa, invece, perseverare con una politica paternalistica, calata dall'alto per vie imperscrutabili che gli elettori devono mandare giù: non lo sanno, ma è per il loro bene. La realtà dei fatti è che questa soluzione, per una volta, mette d'accordo l'elettorato del Pd: nessuno è favorevole. 
In questo momento tutto il mio sostegno va a quei parlamentari di Pd e SEL (e non sono pochi) che si sono opposti con decisione a tale scempiaggine. Per fortuna, checché se ne dica, tutti uguali non sono. Se mai si ripartirà, si dovrà ripartire da quei no fermi. E da una dirigenza molto diversa. 

mercoledì 17 aprile 2013

Quanto vale il Quirinale





Conoscendo la vocazione autolesionista del centrosinistra italico, non mi stupirebbe che domani Bersani e i suoi votassero Amato come Presidente della Repubblica. Intendiamoci, non ho nulla contro Amato, persona di per sé rispettabile sia per la grande esperienza sia per i ruoli rivestiti in momenti chiave della nostra storia repubblicana. Ma più che il curriculum conta il valore simbolico di una scelta del genere: votare Amato, e altri molto meno apprezzabili di lui, oggi come oggi significa sostenere una politica di continuità rispetto a un passato recente e meno recente da non emulare.
Se non fossi pessimista per natura, non darei troppo ascolto alle voci di grandi intese che circolano sui giornali in questo momento. E non darei credito a Grillo, che di credito ha già ampiamente dimostrato di meritarne poco e che sta conducendo la sua personale campagna di recupero voti, mostrandosi a parole disponibile al dialogo dopo averlo nei fatti recisamente rifiutato. Inoltre spererei ancora che dal cilindro possa uscire un nome illuminante non uscito finora.
Ma bisogna pur dire che, senza andare troppo lontani, basterebbe dare un'occhiata alla rosa dei nomi proposti dal M5S. Tra questi, scartati coloro che per ovvie ragioni di competenza non possono aspirare al Quirinale, si annoverano Rodotà, Zagrebelsky, Prodi, che solo per il fastidio che provoca a Berlusconi dovrebbe essere eletto per acclamazione, e, al limite, anche la Bonino.
Che il Pd vada a pescare in questo bacino. O che presenti un nome diverso per nome e cognome ma simile per significato politico. Solo così, producendo il cambiamento e rifiutando la Restaurazione, si potrà andare avanti. Dando una buona dimostrazione di sé. Cosa che i vari Marini e Finocchiaro, con l'apporto insostituibile di un Renzi, pur una volta tanto condivisibile nei contenuti, non hanno saputo fare negli ultimi giorni. E forse neanche negli ultimi anni.  

lunedì 15 aprile 2013

Il dialogo dietro la cortina




Un'indicazione molto interessante viene dalle cosiddette Quirinarie: la rosa dei dieci nomi più votati dai militanti a cinque stelle, Beppe Grillo a parte, la cui scontata ridda di preferenze è dettata dal suo ben coltivato culto della personalità e dalla sua propensione evangelica, è espressione di un elettorato di sinistra. Se poi in questa lista compare anche Romano Prodi, cioè colui che ha guidato, sempre contro Berlusconi, la coalizione vincitrice nel 1996 e quella vincitrice solo sulla carta nel 2006, allora inizia a frantumarsi, partendo dalle fondamenta della democrazia liquida, l'usato refrain del “son tutti uguali” e “da vent'anni bla bla bla”. Beninteso, non condividere né i provvedimenti presi dal centrosinistra durante i suoi sette anni di tormentato governo né quelli presi durante gli undici del centrodestra è parere del tutto legittimo, ci mancherebbe. Ma velare tutto di un'oscurità fitta in cui ogni differenza si annulla e tutto assomiglia al suo contrario è un arbitrio che cela malanimo e ignoranza o, peggio, malafede.
Certamente questi voti online, molto poco trasparenti e piuttosto esigui nel numero ma, ciò nondimeno, in qualche modo rappresentativi, confermano che molti dei voti che alle ultime elezioni sono mancati al centrosinistra, in misura molto maggiore rispetto a quelli che sono mancati al centrodestra, sono da rintracciare nel Movimento di Grillo.
A maggior ragione allora, è doveroso sostenere ancora e con più decisione la strategia di confronto con i grillini proposta da Bersani e, soprattutto, rifiutare recisamente quella enorme foglia di fico, buona ad assecondare non l'urgenza che il momento impone ma la paura di tornare in Parlamento con molti meno seggi e molto meno potere contrattuale, chiamata governissimo. Ricordo agli smemorati, si veda alla voce Franceschini, che Berlusconi non fa mai niente per niente e che di sicuro non ha mai mostrato di possedere quel senso di responsabilità e quel rispetto delle istituzioni che finge di avere in questo frangente. Questi repentini rigurgiti di resipiscenza sono poi significativamente alternati dai grandi successi di sempre, dalla magistratura politicizzata al terrore rosso, come successo non più tardi di sabato a Bari, regolarmente ben al di sotto della soglia di decenza minima per vivere in un contesto sociale, soglia che pure abbiamo giocoforza abbassato in maniera drastica in questi anni.
Come al solito, il dialogo è la soluzione. Ma con chi si è fatto carico dell'istanza di rinnovamento e ne ha fatto la propria – pur demagogica – bandiera. Perseverare in questo tentativo è l'unica via per scavare un solco entro il quale seminare alcuni contenuti. Dall'occasione di un confronto serio e non obliterato a priori da una gestione padronale e autoritaria del partito potrebbero trarre beneficio entrambi gli interlocutori: da una parte il Pd imboccherebbe la strada migliore, accogliendo e discutendo senza paraocchi alcune questioni pressanti, soprattutto di moralità, e rendendo finalmente operative quelle proposte di cambiamento da molto tempo presenti nel partito ma mai assunte e sposate pienamente per paura di abbandonare un modo di fare politica superato; dall'altra parte il M5S vedrebbe valorizzata la propria parte democratica e costruttiva, fagocitata finora dal dispotismo della diade al comando, e, a contatto con l'unica forza realmente democratica rimasta in questo Paese, scoprirebbe che il confronto non è automaticamente un inciucio e che la dialettica, interna ed esterna, non è un segno di debolezza ma una dimostrazione di intelligenza. Resterebbe così ai margini quella fetta ingombrante del Movimento catapultata in Parlamento per alzare muri e fare barricate, ergendosi a portavoce della democrazia diretta, che non è possibile ora e che non era possibile neanche nell'Atene di Pericle, e facendosi interprete di quella politica al ribasso, già ben nota a Berlusconi e al Berlusconismo, così minacciosa per la sopravvivenza democratica del nostro Paese.
Al netto degli interessi privati ed extra-politici dei capi del Movimento, questa è un'occasione di crescita diversa ma comune. Non da rigettare nel nome degli ultimi vent'anni ma da cogliere perché i prossimi venti siano un po' meno peggio di quelli passati.

martedì 9 aprile 2013

La prospettiva Niet


Forse si comprende al meglio la condizione di un Paese dalle prospettive che esso si trova davanti. In questa situazione ingarbugliata la soluzione più caldeggiata e meno improbabile, a quanto pare, è l'appoggio pidiellino al Pd. Lo vuole Berlusconi perché sa che ciò sancirebbe la fine politica di un ingombrante rivale. Lo vuole Grillo perché sa che ciò gli permetterebbe di continuare a protestare e a urlare all'inciucio, senza assumersi alcuna responsabilità attiva. Lo vuole, temo, Napolitano perché il ruolo istituzionale, in cui pare immedesimarsi un po' troppo, gli impone di auspicare una larga intesa che faccia da argine a una crisi sociale, economica e culturale di proporzioni inaudite. Preoccupato com'è, ha pure nominato dieci saggi, che sono così saggi che l'unico vero saggio del gruppo ha saggiamente detto che non servono a un tubo.
Questo carrozzone triste, che trascina con sé la condizione larvale della nostra dignità di cittadini italiani, affonda le sue radici, per una volta per niente remote, nel quanto mai strumentale rifiuto grillino all'offerta di collaborazione proveniente dall'unica forza politica disposta al cambiamento. Sarebbe stata l'occasione per il Movimento di controllare da vicino l'operato delle forze di governo, contribuendo attivamente a costruire quella rivoluzione di cui vanno sbraitando da tempo e, più pragmaticamente, minacciando il Pd di far mancare la fiducia nel caso di proposte sgradite. Se siamo nella dimensione del condizionale non è per una errata valutazione politica. È, molto semplicemente, perché gli intenti del ducetto berciante sono irriducibili alla prassi parlamentare e alla democrazia rappresentativa.
Così, mentre torniamo studenti alla vista della Camera occupata e ci prepariamo, chissà, ad assistere a un ciclo di lezioni autogestite sui vaccini e l'omosessualità, ricordiamoci che le commissioni sarebbero già partite da un pezzo, se i grillini avessero tenuto fede al loro proposito di cambiare le cose. Già che ci siamo, ricordiamoci anche che le commissioni hanno senso se esiste un Parlamento in grado di funzionare e di interloquire con un governo che abbia ottenuto la fiducia da deputati e senatori.
Speriamo di non doverci ricordare in futuro di quando Grillo e Berlusconi fecero cascare la coalizione di centrosinistra nel loro diverso ma uguale trappolone. In tal caso staremo erigendo un monumento ai caduti.

lunedì 1 aprile 2013

Il non addio ai Monti



Se vi aspettavate una bella sorpresina nell'uovo di Pasqua, sarete rimasti soddisfatti. Il giorno che precede la resurrezione di Peppe, Napolitano ha sbloccato l'impasse, decidendo di creare due commissioni di saggi, tra i quali si annoverano Giorgetti, Violante e Quagliariello. Sì, rispettivamente il leghista, quello del video fatto circolare dai grillini e colui che, quanto a misfatti e indecenze, è secondo a pochissimi, e comunque tutti del suo partito.
Insomma Napolitano, e lo dico con tutto il rispetto del mondo, si scopre grillino nell'animo e al Movimento offre un assist clamoroso, degno di un Pirlo in formato mondiale: garantendo agli adepti del Grillo berciante la possibilità di rimanere fuori dalla stanza dei bottoni, il Presidente consegna loro il lasciapassare per la perseveranza in quel no aprioristico e in quella resistenza passiva che sono la sostanza unica del loro operato, senza i quali sarebbe a serio rischio la loro sopravvivenza politica stessa. Ora Grillo potrà tranquillamente continuare a battere i pugni sul tavolo e invocare a gran voce complotti inesistenti, ma ben presenti nell'immaginario del suo elettorato e del suo possibile elettorato.
L'alternativa più logica a questa patacca pseudo-legislativa, sulla cui operatività, Costituzione alla mano, nutro seri dubbi, sarebbe stata mandare Bersani alle camere, a presentare il proprio programma e la propria squadra, che, intendiamoci, sarebbero rimasti certamente allo stato di pure intenzioni, ma che, per lo meno, avrebbero inchiodato i grillini alle proprie responsabilità. Ora invece, dovremo, si fa per dire, riporre le nostre speranze in una doppia commissione che di saggio non ha neanche l'odore e che, anzi, rappresenta la parte più squalificata e indegna della politica italiana, la stessa che ha permesso al partito dei due caudillos di raggiungere un indecoroso 25% di consensi, frutto di una rivoluzione sbandierata ai quattro venti e concretizzatasi in una vera e propria restaurazione. Dal rigor Montis alla prorogatio Montis evidentemente il passo era molto più breve di quanto si pensasse. L'importante è che le baggianate vengano gridate forte. Per il resto va tutto bene. Anche un uovo di Pasqua ripieno di bitume montiano.
Buona Pasquetta a tutti. Ce ne sarà bisogno.  

giovedì 28 marzo 2013

La discussione trasparente




Dunque stasera Bersani salirà al Quirinale con il solo carico di una valigia carica di buone intenzioni. Nel turbinio di brutte notizie che riceviamo ormai quotidianamente, vale la pena segnalarne una positiva, una volta tanto: la diretta streaming dell'incontro tra Bersani e i capigruppo pentastellati Lombardi e Crimi, spalleggiati da un drappello di colleghi straniti agli ordini, si fa per dire, di Rocco del Grande Fratello.
Ebbene, senza questa diretta noi tutti ci saremmo persi l'ennesima sublime dimostrazione di inconsistenza e arroganza politica, condita da quella buona dose di antipatia e incapacità che non guasta mai. Abbiamo appena il tempo di capire che non ci sarebbe stato bisogno né dello streaming né della riunione, perché la decisione era già stata presa nel magico mondo di Gaia, e già i due novelli salvatori della patria incalzano il malcapitato aspirante Presidente del Consiglio con i più ferrei postulati del politichese 2.0. Dall'elusione del dialogo con le parti sociali, alla deresponsabilizzazione preventiva, passando per Ballarò e i vent'anni di inettitudine e sconcerie, è un bel valzer di idiozie sentite mille volte nei contesti più disparati, ma forse mai in un luogo istituzionale, neanche nei luoghi istituzionali italiani, che pure hanno subito i più gravi soprusi in materia di buon senso e pudore. Ciò che sembra sfuggire ai nuovi cavalieri della pancia propria è che:
  • non interloquire con le associazioni che rappresentano il mondo del lavoro e delle imprese rende implicita la pretesa di conoscere, per innatismo, tutte le questioni e le necessità del momento e di ergersi a unico soggetto in grado di poter dire qualcosa.
  • accusare tutta la classe politica di fallimento per quanto riguarda gli ultimi vent'anni di governo significa deplorare un intero sistema democratico. Ogni eletto ha alle spalle un gruppo più o meno numeroso di elettori che lo ha scelto come rappresentante delle proprie istanze. Gli orrori della classe politica sono anche gli orrori del suo elettorato, compresa quella società civile che i pentastellati venerano con tanto trasporto e da cui dicono di provenire.
  • entrare in Parlamento e motivare il proprio disimpegno con il pretesto della mancanza di colpe significa infischiarsene del 25% dei votanti - tacendo di tutti gli altri - che ha apposto la fatidica, ed esiziale, x sul simbolo con i corpi celesti, sperando che almeno alcune delle cose nel programma venissero attuate (e ciò è possibile). Che poi una buona parte di questo 25% di votanti il programma non l'abbia neanche letto è tutt'altro paio di maniche. E ciò spiegherebbe anche in qualche modo il successo del partito.
A suggellare il tutto è arrivato, puntuale come solo le brutte notizie sanno fare, il commento di Beppe Grillo, cioè colui che, per precedenti condanne, si è autoescluso dal Parlamento ma può tranquillamente decidere le sorti di tutto il Paese, senza rispondere ai suoi connazionali con regolare mandato elettorale. In estrema sintesi ha ribadito, un mese dopo le elezioni, che devono andare tutti a casa, mettendo così in discussione non solo la buona prassi politica ma anche la democrazia rappresentativa stessa. Ciò è come dire, né più né meno, che il voto di più di metà degli Italiani non meriterebbe di avere rappresentanza parlamentare e andrebbe conseguentemente gettato nella cloaca massima.
In tutta franchezza, caro Beppe, di Berlusconi ce ne bastava uno. La versione 2.0 è solo un po' più spaventosa.

giovedì 21 marzo 2013

Conversazione in Quirinale



Ma ve lo immaginate Grillo a colloquio dal Presidente Napolitano?

- Allora, cosa ha in mente, Onor... ehm no... Senat... ehm no... Dottor... no... beh insomma, signor Grillo?
- Vaffanculooooo, nonno, torna a dormire!
- Senta, chi si è portato con sé?
- No, nessuno, son due stronzi della casta.
- Ma non sono i suoi capigruppo?
- Ah già. Va beh, insomma, me lo dai l'incarico, vecchio narcolettico?
- Prima dovremo terminare le consultazioni, poi valuteremo.
- Ah, davvero? Ha parlato già con qualcuno? E parlerà con qualcun altro?
- Eh sì, questa è la prassi.
- Ma vaffanculoooo!
- Ha qualcosa di costruttivo da proporre signor Grillo?
- Certo, abolizione della casta, abolizione di lei, del Parlamento, delle province, dei Comuni sotto i 700.00 mila abitanti, dei microchip sottocutanei e fuori dall'Euro e dall'Unione Europea. Introduzione per decreto legge dei mooncup e instaurazione forzosa del futuro nel presente. Anche a livello grammaticale.
- .....
- E poi vaffanculooooo!
- Ha altro da aggiungere?
- Via gli zombiiiiessss!
- Ha portato anche Casaleggio?
- Ah no, lui ci sta seguendo in streaming, saluta là, vecchiaccio! Guarda in camera, di' "arrendetevi, siete circondati".
- ...
- Svegliaaaaa!
- Ma la fiducia a un governo Bersani la voterebbe?
- Vaffanculooooo!
- Ha intenzione almeno di aprire una proficua discussione con i partiti in Parlamento?
- Fuori i partiti dal Parlamento! Dentro i cittadini!
- Grazie, signor Grillo, è stato un piacere. Mi saluti i due sordomuti là dietro.
- Vaffanculoooooo, vegliardo bastardo!

Che Paese meraviglioso il nostro!

martedì 19 marzo 2013

Litania



Forza miei prodi (non Prodi, eh), ripetiamo tutti insieme il peana:

Bersani e Berlusconi pari sono,
Grasso e Schifani pari sono,
Vendola e Salvini pari sono,
Boldrini e Casini pari sono,
Djokovic e Cipolla pari sono,
Gandhi e Milosevic pari sono,
Falcone e Riina pari sono,
Mina e La Pina pari sono,
Manzoni e Moccia pari sono,
Agostini e Romboni pari sono,
Chaplin e Calà pari sono,
Rodotà e Canà pari sono.

Escatologico e scatologico pari sono,
Franco e Pertini pari sono,
Gramsci e Mussolini pari sono,
Sallusti e Biagi pari sono,
Lincoln e Bush pari sono,
Chiodi e Baggio pari sono,
Marconi e Otelma pari sono,
Lavitola e Salvemini pari sono,
Che Guevara e Battisti pari sono,
stupro e amore pari sono,
Springsteen e Nek pari sono,
Goebbels e Anna Frank pari sono.

sabato 16 marzo 2013

Movimento in Parlamento


In questo clima di totale incertezza politica, in cui a pagare comunque saremo noi "società civile", tra ieri e la mattinata di oggi qualche certezza in più l'abbiamo acquisita.
Il Movimento 5 Stelle ha dato il consueto sfoggio di arroganza, incapacità e opportunismo politico della peggior razza. Sentire la Lombardi sbraitare per i 420.000 inutilmente spesi ieri è come ricevere un pugno nello stomaco: tralasciando il fatto che saranno loro a portare gli Italiani a nuove elezioni (circa 400 milioni di euro la spesa), dov'erano i parlamentari grillini ieri mentre si dissipava denaro pubblico? Cosa facevano per evitare tale sperpero? Non erano forse arroccati nel loro silenzio imposto dalla Santa Diade? Come se la mancanza di dialogo con chiunque non la pensi come te fosse un valore. Invece la Serenella Fuksia, che spero vivamente abbia adottato un nome d'arte, sorteggiata alla presidenza della Giunta per le Elezioni, decideva di smentire il suo capogruppo al Senato, trascurando di porre la questione dell'ineleggibilità di Berlusconi. Una questione da poco, come sappiamo. E mentre la grande mamma di Latina, Ivana Simeoni, che ama così tanto la famiglia da portarsela in Parlamento, non si ricordava neppure il nome del candidato alla presidenza del Senato che ha votato e voterà (Orellana) e mentre il solito Vito Crimi richiamava tutti ai veri problemi del Paese, cioè l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che risolverebbe il problema del debito pubblico italiano ben dello 0.001%, i Grillini segnavano i nomi dei prescelti sulle schede, ben sapendo che gli altri avrebbero votato scheda bianca, prassi antica quest'ultima e quanto mai buona, secondo la quale prima di indicare un proprio esponente per un ruolo istituzionale si deve discutere. Cosa evidentemente sfuggita a chi, ormai dichiaratamente, vuole sovvertire la democrazia rappresentativa.
Oggi in mattinata una parziale buona notizia: il Pd voterà al Senato Pietro Grasso e Laura Boldrini alla Camera, e non, come ventilato ieri, Franceschini e la Finocchiaro. Un segnale di cambiamento fortissimo, a cui gli isy-pil nostrani hanno risposto con un sontuoso “votateveli voi”.
Finirà, come tutti ormai avranno capito, con un Bersani carico di valigie di buoni propositi e un Renzi pronto a subentrare a partita in corso. Finirà con nuove elezioni e con un Berlusconi pronto a riprendersi quella poltrona che ha impressa la forma del suo posteriore. Peccato, per la prima volta nella storia repubblicana sarebbe stato un governo di discontinuità. E il M5S avrebbe potuto dare il suo apporto e dire la sua. Se solo avesse una sua da dire. D'altra parte la guerra di Grillo non è contro la casta, né contro il sistema politico, né contro gli sprechi, né, tanto meno, contro Berlusconi. È contro il Pd. 

martedì 5 marzo 2013

"Chi marcia non si diminuisce"



Lo dico chiaramente e preventivamente, in modo che ciascuno, tra i pochi lettori che posso vantarmi di avere, si regoli di conseguenza e decida se è il caso di proseguire. Da anni avverto come irritanti, antidemocratici, inquietanti e pericolosi Grillo e il suo Movimento. Negli ultimi tempi la loro maggiore visibilità mi ha permesso di arricchire di nuovi contenuti la mia ostilità. Primo fra tutti quello della creazione, naturalmente frutto di un ineccepibile piano d'azione avviato diversi anni fa, di una vera e propria setta.
Da setta è il linguaggio: giochi di parole, titoli, attributi, frasi condivise, diffusione del Verbo, diffamazione di tutto ciò che è contrario al M5S, compresa l'intera stampa italiana percepita come schiava della casta e dunque aprioristicamente ostile. Risultato? Un gruppo di adepti coeso come una schiera oplitica. Qualunque cosa accada, è colpa degli altri, nella più bieca riproposizione della primaria fantasia del popolo italiano, quella cioè della deresponsabilizzazione somma e sommaria. La coincidentia oppositorum, grazie alla quale si può affermare e negare contemporaneamente una cosa, non solo non è da evitare, ma è auspicabile come cusaniana chiave interpretativa del divino grilliano. Creazione di un sistema informativo-mediatico alternativo: la cosiddetta controinformazione, alias disinformazione. Obiettivo raggiunto insomma.
Da setta è l'assunto principale: esiste una Verità attingibile, univoca e valida sempre. Il compito del Movimento è quella di divulgarla, soprattutto tramite internet, a detta loro, il canale “free” per eccellenza. Non sto a dilungarmi eccessivamente sulla questione ma, bella o brutta che sia, esiste democrazia solo laddove i partiti rappresentino interessi e visioni del mondo differenti. In altre parole la Destra e la Sinistra non sono sacerdoti di fideistiche rivelazioni differenti e contrarie ma solo rappresentanti di distinte soluzioni ai problemi di uno Stato e distinti approcci, mutevoli di volta in volta, al reale. In mezzo sta, o meglio dovrebbe stare, la dialettica: non a caso il luogo deputato a tale sintesi si chiama Parlamento, teatro supremo del dibattito. Molto più semplicemente, a giovamento di chi fosse duro di comprendonio, non esiste democrazia senza partiti e senza contrattazione e dibattito tra proposte diverse. Sono i dittatori a scegliere e imporre a tutti la propria visione del mondo.
Da setta è poi l'organizzazione interna, necessario derivato del postulato precedente: chi decide? Le assemblee per alzata di mano? Gli internauti allo sbaraglio via referendum? Dietro la facciata di trasparenza e buoni propositi, fatto di rinnovi semestrali delle cariche amministrative e consultazioni sul web, si cela il decisionismo della diade Grillo-Casaleggio, che legifera e dispone a piacimento, in quanto depositaria dell'unica Verità.
Da setta è l'ideologia anti-ideologica: destra e sinistra sono categorie superate, infidi tranelli della casta. Il Movimento accoglie di buon occhio tutti. Valuta le idee di volta in volta, senza valutarle minimamente. Basta che sul carro salga più gente possibile. E che questi siano interessati a un modo semplice per “rinnovare” la società e per realizzare il sogno di tutti, che è un modo elegante e gentile per dire “dittatura”. Che si guardi il programma: un'accozzaglia indefinita di apoftegmi e utopie buona come richiamo per i tordi, capace di armonizzare la negazione del diritto di cittadinanza ai figli degli immigrati e il reddito di cittadinanza. Un serio piano industriale? Una chiara politica sul lavoro? Una politica economica che non contempli l'elaborazione di gombloddi variegati (a proposito, quelli della Goldman Sachs si sono detti entusiasti dell'ondata grillina)? Macché! Sulla scuola pubblica? Basta l'abolizione della Riforma Gelmini? Basterà introdurre un sistema di valutazione dei docenti universitari basata sui giudizi degli studenti (che saranno certamente ben disposti se saranno stati bocciati)? L'importante è dimezzare i parlamentari e tagliare i vitalizi. Questi provvedimenti sì che ci faranno uscire istantaneamente dalla crisi più grave dal '29 in su, prodotto di un nefasto sistema, su base mondiale, liberistico sfrenato e iniquo, dominato dal potere della finanza. Grazie. Quando sapremo che il capogruppo grillino Crimi prenderà un obolo mensile di 10.000 euro invece che 12.500 faremo tutti sogni ameni. Sotto il ponte della stazione.
Se Berlusconi è figlio della crisi politica causata da Tangentopoli, Grillo è il figlioccio del Berlusconismo.
A ulteriore scanso di equivoci aggiungo che:

  • nessuno mi paga. Magari qualcuno lo facesse;
  • non sono servo della casta: qualunque cosa si intenda per “casta”, temo non mi riguardi;
  • a forza di “svegliaaaa” mi sono svegliato. Ma, come ho già detto, non è un fatto recente;
  • ho così tanto sentito invocare il gombloddo da capire che chi lo invoca ne nasconde uno;
  • la matematica non è mai stato il mio forte, ma so che uno vale uno. Come so che zero vale uno meno di uno;
  • internet mi piace tantissimo. Mi piace molto meno quando diventa un moltiplicatore di assurdità;
  • in effetti mi sento circondato, dall'inettitudine e dalla stupidità. Ma non mi sono ancora arreso. Che illuso.

Benissimo.

Ora, in molti, me compreso, hanno salutato con gioia il rinnovamento del nostro Parlamento, perfettamente consapevoli del contributo, diretto e indiretto, dato dal M5S in questa operazione. Non nascondo di aver auspicato, senza riporvi troppe speranze, un'intesa funzionale alla realizzazione di alcuni importanti e necessari provvedimenti quali la riforma elettorale, il contenimento delle spese della politica, un'efficace legge sul conflitto di interessi, l'elaborazione di un modello vincente di green economy e altri ancora.
Finora, però, abbiamo assistito a un'aberrante sequela di scempiaggini: un misto di incapacità, dipendenza intellettuale e fanatismo (anti)ideologico tale da far impallidire non i partiti della Costituente ma persino quelli di Tangentopoli e della Seconda Repubblica. Tra un Palazzo Madama da cercare su Google Maps, un numero certamente da chiarire di parlamentari (da tagliare) e un inestricabile sistema di elezione del Presidente della Repubblica, gli uno grillini attendono in ansia il verbo urlante dell'Uno plotinamente inteso, ma consustanziale all'Altro, misterioso come Harry Potter sotto il Mantello dell'Invisibilità.
Ora che, numeri alla mano, si potrebbe davvero realizzare qualcosa in direzione del cambiamento, della rottura col passato triviale, anticostituzionale e fautore di iniquità e recessione, gli ambigui segnali provenienti dalle segrete stanze casaleggiane sono di chiusura totale, cauta apertura a un governo di tecnici e di nuovo chiusura totale. La soluzione sarebbe quella di votare la fiducia a un governo grillino, in barba a quel 75% di votanti che non ha scelto il M5S. Non stupisce affatto questo atteggiamento: la chiusura ai partiti è funzionale all'ulteriore promozione del proprio marchio, in vista delle prossime elezioni (e si rivoterebbe con questa legge elettorale?), nonché, temo, alla realizzazione del progetto totalitario e dispotico che da sempre, almeno nella stanza dei bottoni, hanno in testa. Nel mezzo però ci siamo noi, noi “società civile”, a pagare la crisi, la mancanza di governabilità e i ricatti grillini da ventennio nero col nostro portafogli. E non stupisce neppure la durezza dei neo-eletti, del tipo umano più variegato e curioso: dall'ex leghista alla nostalgica del grande senso dello Stato dimostrato dal primo Fascismo (quello del cadavere di Matteotti, giusto per capirci), passando per l'abusivista. È la strategia meritocratica per eccellenza: trombati alle amministrative, ma catapultati in Parlamento secondo la logica per cui gli altri sono arrivisti e corrotti ma sui grillini non si può dubitare; spinti dall'ansia del rinnovamento, essi si prodigano indomiti per la moralità e la giustizia sociale. E attenzione, non si scende a compromessi: si rispetta il decalogo del blog, scritto da uno che, in quanto condannato, non merita di fare il parlamentare ma può liberamente decidere dall'alto la sorte del nostro Paese. E mentre si rispetta il decalogo si manda a spigolare l'articolo 67 della Costituzione.
D'altra parte non è stato spiegato loro che, ora che sono dentro, o vanno a casa pure loro o rappresentano tutto il popolo italiano. Magari lo impareranno durante i corsi di formazione alla Luiss, pagati da Casaleggio. A proposito di scuola pubblica. A proposito di programmi. A proposito di buon senso.

mercoledì 27 febbraio 2013

Il voto (non) pindarico


A bocce ferme, ma a balle saldamente in movimento, qualche considerazione sarebbe il caso di farla:

  1. Quasi un terzo degli Italiani ha scelto la coalizione di Berlusconi per guidare il Paese.
Costoro sono irrecuperabili. Si tratta di una larga fetta di elettorato che ha tutto da guadagnare dalla sistematica depenalizzazione dei reati fiscali ed edilizi e dall'incoraggiamento all'evasione e all'illegalità. La corruzione e l'infrazione della legge sono percentuali di voto. Molto alte.

  1. Il centrosinistra ha raccolto molto meno di quanto si aspettasse.
È vero, sconta i propri errori: poca trasparenza sull'alleanza con Monti, insufficiente decisione sui tagli ai costi della politica, incapacità di interpretare adeguatamente l'esigenza di cambiamento. Certo, il centrosinistra si interroghi. Ma, per piacere, che non finisca con il consueto assedio masochistico, non solo infruttuoso ma francamente deleterio. Si dice che Bersani non ha saputo parlare agli imprenditori del nord-est. Ma la vera domanda da porsi è: “cosa vogliono sentirsi dire gli imprenditori del nord-est?”. Vogliono indietro l'IMU? Vogliono evadere il fisco? Vogliono trattenere le tasse al nord? Vogliono depenalizzare il lavoro in nero? Se si parla di questo, sarebbe il caso di tacere. Si dice che Bersani non ha saputo affrontare a dovere la questione meridionale. Ma a quanto pare l'hanno saputo fare perfettamente gli alleati della Lega. Ci penseranno loro. Si dice che Renzi avrebbe vinto a mani basse le elezioni. A parte la scontata obiezione dell'indimostrabilità dell'assunto, viene da chiedersi perché l'elettorato che ha scelto il cambiamento radicale avrebbe dovuto affidarsi al duo Ichino-Fornero, linea economica e previdenziale proposta durante le primarie. Davvero sarebbero bastate la gorgia e la verve del buon Matteo? Si dice che Bersani non ha saputo scaldare il cuore della gente. Ma cosa significa “scaldare il cuore”? Significa promettere tutto e il contrario di tutto? Non è a chi crede nel rimborso dell'IMU che il Pd e i suoi alleati potevano rivolgersi.

  1. Il centrodestra ha raccolto quasi la metà dei voti raccolti nel 2008.
Ciò nonostante, i toni assunti da pidiellini & co. sono trionfalistici. Questo perché le attese erano ben inferiori. La cosiddetta rimonta è tutta figlia di Berlusconi. Non ci indigniamo se ci verrà a dire che gli Italiani lo amano. È tutto vero.

  1. Grillo ha riscontrato un successo oltre le aspettative.
Il Movimento porterà 163 nuovi eletti in Parlamento. Bene. Gli Italiani hanno riversato su Grillo quelle esigenze di rinnovamento che abbiamo visto sopra. Bene. Dunque quasi un terzo dei votanti si è espressa a favore del rinnovamento radicale della classe politica? Soprassedendo sul fatto che questo anelito palingenetico ha permesso, aritmetica alla mano, a Scilipoti, Razzi, Cicchitto, Bondi, Bonaiuti, Formigoni, Calderoli, Lupi, Bossi, Capezzone et similia di tornare a sedere sui sudati banchetti e che per un soffio non ha provocato che costoro legiferassero ad libitum, mi pare molto più credibile che gli elettori grillini siano divisi a metà, tra coloro che auspicano il cambiamento della classe politica come punto programmatico fondamentale e coloro che hanno ceduto al fascino dell'uomo solo al comando, del bercio sguaiato, delle ricette facili, della realtà in pillole e dello spettacolo che diventa attività pubblica. Non esattamente un grande passo in avanti nella coscienza civica, rispetto al presente, al passato più recente e al passato remoto. Resta da capire quale strada desideri intraprendere il grande boss; se perseverare con la notte in cui tutte le vacche sono nere o se assumersi qualche responsabilità, mettendo in pratica almeno una parte di ciò che è andato sbandierando. Chiaro che cercherà fino all'ultimo di facilitare l'esiziale - smentita da Bersani ma, pare, non osteggiata affatto dal baffetto nazionale - intesa Pd-Pdl, in fiduciosa attesa delle prossime elezioni e della scontata e conseguente affermazione in esse. Personalmente vedrei di buon occhio un appoggio del M5S su proposte concrete e auspicabili del Pd: i grillini, per imposizione padronale, sarebbero davvero disposti a dire di no a una legge sul conflitto di interessi, a una valida riforma elettorale, a una legge per il contenimento delle spese della politica, a provvedimenti in favore della scuola pubblica, della green economy?

  1. Il numero di votanti è diminuito di circa il 5%.
Il partito di Grillo non ha portato a votare gente nuova. E ha preso i voti dai partiti tradizionali. Da ibrido ideologico qual è ha sottratto punti percentuali a destra e a sinistra. Ma, temo, soprattutto a sinistra, dove il dato finale è stato ben inferiore alle attese. In altre parole chi ha votato Berlusconi lo rivoterà sempre: non c'è Grillo che tenga. Nell'elettorato di sinistra, da sempre molto più critico, il messaggio eversivo del Movimento ha fatto breccia.

  1. La cosiddetta Federazione della Sinistra non solo non torna in Parlamento ma riceve appena il 2% dei consensi.
Se la sinistra estrema è passata da un 13% circa di consensi (sommando Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani) ottenuto nel 2006 al 2% attuale, qualche domanda se la dovranno porre. Certo, in questa politica mediatica ed esibizionista la minore visibilità rispetto ai concorrenti ha contribuito. Ma forse sarebbe il caso anche di aprire una discussione sul senso dei partiti di testimonianza. Forse è finita l'epoca in cui ai cittadini andava bene che si parteggiasse per loro, ma senza che vi fosse né un riscontro effettivo né una rappresentanza accettabile in Parlamento. L'ideologia ha il suo valore. I fatti pure.

sabato 23 febbraio 2013

Aspettando lo tsunami


Saluto con gioia il giorno prima dell'infelicità, cioè quello del voto. Lo saluto con gioia per il silenzio che reca con sé, dopo gli schiamazzi scomposti di una campagna elettorale orripilante. L'ultima immagine che ne rimane, degno suggello, è piazza San Giovanni gremita di adepti inneggianti al nuovo Wolf "risolvo problemi" della politica italiana.
Le ragioni di tale consenso sono ben individuabili storicamente. Ma c'è qualcosa che trascende tali ragioni e affonda le proprie radici nella psicologia collettiva italiana, nei suoi vizi tradizionali, nei suoi inossidabili demoni. La chimera dello tsunami del nuovo che spazza via tutti i problemi, sapientemente abbinata a manie di persecuzione, logiche complottiste, esibizioni da avanspettacolo, pensiero unico e guerra agli oppositori, veri e immaginari, è l'ingrediente "segreto" di un successo tanto repentino quanto doloroso per il Paese. Nel leader carismatico che urla e impreca contro le caste, contro i colpevoli della crisi che stiamo vivendo, contro l'Europa, contro l'Euro e contro tutto persiste il sogno recondito di tutti gli Italiani di potersi dire sempre immuni da responsabilità, inneggiando alla castità di una società civile che, se solo ne avesse avuto il potere, avrebbe garantito prosperità, trasparenza e giustizia.
Il fatto è che non esiste fallimento della politica che non contempli il fallimento del proprio elettorato. Così come non esiste una casta distinta antropologicamente da chi ne è escluso. La politica, radicata sul territorio, fatta da proposte serie e discusse e da precise scelte di campo, è l'unica soluzione per uscire dalla crisi e per non cadere in fenomeni che abbiamo già conosciuto. Che piaccia o no. Continuare a sbraitare sull'uguaglianza intrinseca di tutti e sull'urgenza della loro rottamazione è un comodo paravento dietro il quale nascondere i propri errori. Guardarsi allo specchio e riconoscere la propria responsabilità sarebbe il primo passo in avanti di un Paese destinato a dare sempre la caccia ai fantasmi di nemici inesistenti, a costruire complotti fasulli - quando potrebbero bastare i tanti misteri irrisolti - e correre dietro al pifferaio di turno, che meglio degli altri ha saputo approfittare delle debolezze dei suoi elettori.

martedì 29 gennaio 2013

La giornata della memoria corta

Impossibile parlare di "Giornata della memoria" in un paese come il nostro, nel quale si fa fatica a ricordare chi è stato il Presidente del Consiglio fino al 2011. Figurarsi se ci è dato il privilegio di scandalizzarci se, nel nome della vulgata degli "Italiani dal cuore d'oro", viene riscritta la storia del ventennio fascista.
D'altra parte non si tratta della gaffe del nostrano Filippo di Edimburgo, ma della verità politica che contraddistingue da sempre la destra del Belpaese: la continuità con il Fascismo. Il ventennio continua infatti a diffondere le sue spore, rigenerandosi in varie forme, esplicite o meno esplicite, in partiti di governo (tanti) e di opposizione (pochi), in forze extra-parlamentari e nella percezione sociale, nelle fattezze del culto della personalità, del leader carismatico, nelle neo-autarchie, nella violenza verbale, nel dominio dei mezzi di comunicazione, nell'allontanamento, ideale e fattivo, degli oppositori, nel tentativo di esautorare il potere parlamentare, nel bisogno di ordine e rigore e nel disprezzo della diversità. 
Nella rivisitazione della storia non vi è mai un fine nobile. E mentre noi ci raccontiamo di quanto fossero spietati i Tedeschi che ci hanno trascinato in una guerra e in decisioni che non volevamo, mentre noi ci deresponsabilizziamo, come sempre facciamo, perché in fondo siamo sempre stati e sempre saremo brava gente, il germe del Fascismo è sempre più prolifico e minaccioso e veste i panni mai smessi, nella coscienza collettiva, della negoziabilità della libertà in cambio di un Agro Pontino qualunque.